di Dario Fruscio

4^parte

Attraverso le riflessioni svolte precedentemente si è inteso motivare la convenienza della permanenza del nostro Paese nell’eurozona. Si tenterà ora di considerare come tale permanenza debba valere quale possibilità per tendere al progressivo riequilibrio sia delle differenti condizioni d’ingresso dei Paesi nell’eurozona; sia delle differenziate ripercussioni discese su detti medesimi Paesi a seguito e per effetto della crisi finanziaria internazionale del 2008.

Il tema del riequilibrio delle condizioni economico-finanziarie dei Paesi dell’eurozona.

Una diciannovesima riflessione è bene verta su una considerazione di ordine generale: è priva di fondamento l’idea che ha fatto strada in questi ultimi anni, secondo cui il fallimento della più grande banca d’affari americana, avutasi nel settembre 2008, abbia avuto medesima, proporzionale ricaduta a livello dei Paesi dell’Ue. Vero è, viceversa, che da quel crollo, differente è stato il processo di ripresa e di sviluppo economico nell’ambito dei Paesi europei. Talché, a distanza di un anno da quel crollo, il fenomeno assumeva una duplice, distinta tendenza: quella della Germania e dei Paesi del Nord Europa, verso una ripresa economica sempre più chiaramente consolidantesi; quella dei Paesi sud europei con tendenziale, crescente rallentamento, fino all’esplodere del caso Grecia.
Tale dicotomico andamento ha indotto ancor più Bruxelles a ritenere che le difficoltà dei Paesi con scarsa performance economica dovessero porre ordine e sistemazione ai fattori causali del proprio disequilibrio economico-finanziario.
Per quanto riguarda l’Italia, sempre che sia data possibilità di parlare il linguaggio della realtà senza che si cada nel rischio di essere etichettati di disfattismo, non si può sottacere che la sua condizione economico-sociale resta drammatica. La crisi dura da più di sei anni. Ogni anno è stato dato per quello d’uscita da essa. Invece, com’è stato efficacemente detto, al posto della svolta “si sono accumulati licenziamenti, bancarotte e sempre meno speranze di recupero”. Ovvero, la transizione più radicale, più strutturale, più antropologica cui fosse dato immaginare.
Tutto qui da noi, sa di vera, profonda preoccupazione: se il Pil tornerà al positivo, varrà a far crescere l’occupazione, quella giovanile, soprattutto? Negli USA, le cose pare non vadano più così, ancorché oltre Oceano il recupero del Prodotto interno lordo viaggi secondo un trend veramente sostenuto, rispetto a quello pressoché fermo al palo ch’è dato registrare nel nostro Paese.
Né, da noi, pressione fiscale su imprese e lavoratori da una parte; credit crunch, dall’altra, aiutano a pensare alla possibilità di una ripresa degli investimenti.
La delocalizzazione delle produzioni manifatturiere, incentivata dal regime fiscale nazionale, come incontrovertibilmente sostenuto in un nostro recente contributo sul web di Fondazione Italia, fa il resto nel senso di allontanare ogni effettiva e concreta possibilità di restituire centralità all’impresa nazionale. Quindi, a tutto il suo portato di ruolo economico e di funzione sociale.
Per ultimo, non in ordine d’importanza, il nostro Paese da più lustri soffre della precarietà di un ceto politico non informato ad un alto senso dello Stato, tanto meno ancorato ad una illuminata cultura di governo fatta di operatività presente e di alta visione prospettica.
Una ventesima riflessione varrà a considerare che l’Unione monetaria europea, fondata sulla finalità del riequilibrio finanziario dei Paesi aderenti alla moneta unica europea, ha finito, come appena visto, ad amplificare gli squilibri accumulatisi nel tempo all’interno dell’area monetaria europea.
Fattore originario e comune di tali squilibri è stato l’accumulo del debito in tutti i paesi avanzati, spinto da aspettative di crescita economica esente da limiti.
In quanto così, non risolvente ai fini del superamento dello stato di crisi è parso il ricorso, in area eurozona, ad interventi correttivi dei saldi di bilancio pubblico. Una strategia verosimilmente pensata sotto la pressione di quei Paesi europei, preoccupati della possibilità del doversi far carico di debiti altrui, ovvero di quelli dei Paesi con saldi di bilancio pubblico precari e non compatibili con i limiti stabiliti dai trattati comunitari.
A questo punto va detto senza esitazione che occorre andare ben oltre la correzione dei saldi di bilancio, così da addivenire a quelle condizioni di equilibrio nell’ambito dell’eurozona fortemente destabilizzate dall’avvento dell’euro, impattatosi drammaticamente nella parte sud e mediterranea dell’Europa; viceversa, produttivo di effetti economici e sociali positivi nel nord dell’eurozona.
Su quest’ultimo punto giova richiamare una forte dichiarazione del decano degli economisti americani, il Nobel Paul Samuelson, resa al Sole24Ore dalla sua casa di Chicago, fin dal novembre del 2008. Alla domanda su cosa dovesse e potesse fare il Governo italiano per stimolare la propria economia, conto tenendo dei vincoli europei per la spesa pubblica e del conseguente patto di stabilità, l’Illustre così rispondeva:
“Se li dimentichi quei vincoli: non si può ragionare come se questo fosse un normale aggiustamento ciclico………La svolta è epocale e la Bce è in ritardo……….E’ questione d’intelligenza non di regole…..Mi fanno sorridere le rivendicazioni dei burocrati che sventolano i manuali. Ragazzi: la casa brucia, altro che manuali……”
Sarà eccessiva per lessico e tono tale dichiarazione, però pone bene in evidenza la necessità di uscire dalla “gabbia di ferro”ragionieristica della correzione dei saldi dei bilanci pubblici di taluni Paesi dell’Unione. Come realizzare tale uscita? Lo si è detto e ripetuto sotto più forme e formule nel corso delle precedenti riflessioni di questa medesima sede: l’integrazione europea sarà il risultato di una successione di crisi; tanto più coeso, solidale e cooperativistico sarà il concorso di tutti e di ciascun Paese comunitario per il superamento degli stati di crisi, tanto più l’Europa sarà sinonimo di un processo d’integrazione fra Paesi e popoli, fondato sull’esistenza di una sincera e convinta coesione politica di Stati, di persone, di cittadini, accomunati dall’unico, comune scopo di vivere e prosperare nel benessere possibile e sostenibile; nella pace e nella democrazia; nelle condizioni di massimo benessere materiale, culturale, spirituale.

Segue……