di Dario Fruscio

5^parte

Si ritiene, giunti a questo punto delle riflessioni, che sia il caso produrne una a sé stante volta a rintuzzare il tentativo di quanti si ostinano a porre a carico dell’euro l’impatto drammatico che per famiglie e sistema produttivo la moneta unica avrebbe rappresentato.
Occorre partire dalla considerazione che il principio su cui regge l’Ue è quello della sussidiarietà, ovvero quello che prevede la vicinanza dei cittadini alla gestione dei singoli Paesi aderenti all’Unione europea, fino al momento in cui tale esercizio potrà essere meglio esercitato dall’Unione medesima.
Proprio in funzione della sussidiarietà è spiegabile il diverso impatto generato dalla crisi finanziaria nei vari Paesi dell’Ue. Si vuol con ciò dire che la moneta unica non è considerabile fattore di migliore o minor crescita dei Paesi comunitari. Semmai e prevalentemente, è stato il diverso apprezzamento, o la situazione di più o meno forza sui mercati esteri dei vari Paesi dell’Unione, ad orientare le politiche economiche dei differenti paesi verso prospettive di crescita e di sviluppo, oppure verso forme di correzione del bilancio pubblico, attraverso l’inasprimento della pressione fiscale, piuttosto che mediante politiche ben mirate di riduzione della spesa pubblica.
Una ventunesima riflessione riteniamo debba muovere, a questo punto, dalla considerazione di quanto sconsiderata e pregiudizievole sia la campagna di avversione all’euro messa in atto e portata avanti veementemente da forze politiche tendenti a posizioni residuali nel nostro Paese. Tutte tali forze politiche, unite come in una sorta di cartello, in vista della competizione elettorale del 25 maggio p.v., pare facciano del discredito dell’euro e dell’uscita dei loro Paesi dall’eurogruppo, l’ennesimo loro escamotage di sopravvivenza politica. Dopo di che, danno grave o relativamente grave perpetrato ai rispettivi interessi nazionali, tutto si sgonfierà, i toni si placheranno, si raccoglieranno i cocci, e tutto riprenderà similmente a prima. E così, fino alla prossima tornata, ancorché, da tornata in tornata, non trascurabile è il danno che tale modalità di procedere cagiona alla credibilità della politica, così rendendo declinante la potestà sua propria di governare le nazioni.
Alla luce di tale consapevolezza, compito e responsabilità dei cittadini persuasi e fiduciosi del ruolo positivo e insopprimibile della moneta unica, è di essere convinti assertori che l’uscita dall’euro del nostro Paese rappresenterebbe un evento drammatico per le sorti di esso medesimo Paese, come si è avuto modo di considerare nelle precedenti riflessioni di questa stessa sede, articolate in base a distinte, plurime e spesso interrelate e sistemiche considerazioni e deduzioni.
Sul punto, pare utile raccomandare una rilettura di quanto considerato in sede della precedente quattordicesima riflessione, conto tenendo, anche, che il Trattato di Maastricht non pare contempli la possibilità di uscita di un Paese dalla moneta unica. Possibile, viceversa, come previsto dal trattato di Lisbona, unanimemente approvato nel 2007, l’uscita di un Paese dall’Unione europea. Di modo che è dato ritenere, con l’uscita di un Paese dall’Ue è realizzabile l’uscita dall’euro da parte di quel medesimo Paese.
Procedendo nelle nostre considerazioni per le vie semplici e scevre, per quanto possibile, da inclinazioni polemiche, giova ricordare che nel clima esasperato delle due consultazioni elettorali della primavera del 2012, la Grecia si è posta l’ipotesi dell’uscita dall’euro e conseguentemente, riteniamo, dall’Unione europea, secondo quanto testé detto. Si è fermata, pur in quella convulsa situazione politico-sociale di estrema esasperazione, quando la popolazione, ai bordi del baratro in cui stava per precipitare, prendeva atto della situazione orrenda e irreversibile in cui stava per cacciarsi.
Qui giunti, riteniamo utile soffermarci un po’ per dare evidenza di quanto il caso greco sia stato strumentalizzato per additarlo come un esempio di deteriori e pesanti conseguenze sulle finanze pubbliche dei Paesi Ue , a motivo dei finanziamenti da essi effettuati al Paese ellenico.
Ecco, è stato detto e si ripete con veemenza qui da noi, cosa è costato all’Italia il salvataggio della Grecia. Con la calma olimpica che gli è propria, Roberto Perotti toglieva di mezzo la questione affermando che “nulla è costato” all’Italia detto intervento, così chiarendo: nel 2010 (in ambito di prestiti bilaterali) l’Italia prestò 10 miliardi alla Grecia raccolti emettendo debito pubblico. Contropartita di tale prestito, il credito di pari importo verso la Grecia.
Con procedura differente, ma con lo stesso criterio d’imputazione in contabilità pubblica, il secondo intervento di salvataggio greco, del Portogallo, dell’Irlanda.
In questo caso, i finanziamenti effettuati mediante l’European Financial Stability Facility (primo fondo europeo salva stati), con tutti i Paesi Ue fatti carico della quota parte di riparto stabilita dalla Commissione. Tutti tali medesimi Paesi con effetto aumentativo del proprio debito pubblico; tutti specularmente e per pari importi creditori verso i Paesi beneficiari degli aiuti finanziari. A ben vedere, nessun trasferimento finanziario a fondo perso, come si tende a rappresentare da certa deteriore vulgata anti comunitaria, ma regolari finanziamenti, contabilmente evidenziati da “partite” e da “contropartite”.
Analogo lo schema degli interventi per i salvataggi di Cipro e delle banche spagnole.
Operazioni, tutte a costo zero e prive di rischio per i Paesi sovventori. Operazioni da porre nel novero di quelle così finalizzate e motivate dal nobel Robert Mundell:
“se un’area regionale comunitaria entra in crisi di produzione, di reddito e/o d’occupazione, dovrà fruire, nell’ambito dell’unione della possibilità di un proprio aggiustamento nei modi e nei termini resi possibili dai mercati dei Paesi integrati”.
Eppure, quanto blaterare per rappresentare tali forme di pura e semplice cooperazione fra nazioni integrate comunitariamente, sbandierandole come escamotage per sottrarre risorse finanziarie anche al nostro erario pubblico per renderle disponibili ad altri Paesi e chissà, magari loro tramite, farli pervenire a potentati economico/finanziari che prospererebbero, inflessibilmente prospererebbero, mediante le nostre risorse, le nostre ricchezze fraudolentemente sottratteci.
Sia consentito chiederci, ma dove siamo finiti? Di cosa ci tocca interessarci?
Ebbene, noi di Fondazione sviluppo per azioni reagiamo alto e forte a tale andazzo, denunciando la temerarietà ed il colpevole inganno sparsi a piene mani nel nostro Paese e in altre aree europeee, da antieuropeisti e anti euro. Sono gli unici, costoro, come annotava Beppe Severgnini nell’editoriale del Corsera del 27 marzo 2014, che “parlano con passione dell’Europa”. Sono i nemici dell’Europa. E gli altri? Cosa fanno i cittadini ben pensanti, di pensiero autonomo e libero, formatisi culturalmente e professionalmente nell’habitat dell’Unione europea, nonché la generazione dell’Erasmus, di formazione inevitabilmente europeista e mondialista? Cosa oppongono costoro alla esile ma caciarosa pattuglia degli anti euro e anti Ue? Il silenzio oppongono, forse nel presupposto, frequentemente inteso nelle persone di buone maniere, come quieto vivere e tolleranza verso manifestazioni d’insolenza e di spregiudicatezza.
E no, gente tutta di sani e saldi principi. A questo punto e di fronte al dilagare di tanti improvvisati anti Altiero Spinelli; alla luce dell’imperversare di improbabili e impossibili professorini che spuntano come funghi e che aleggiano come fossero gli emuli al contrario di DeGasperi e Adenauer, occorre che vi produciate in un sussulto di partecipazione difensiva di ciò che di buono è stato costruito nel nostro Paese in termini di relazioni, intese, e integrazioni di popoli e di nazioni in Europa, a partire da metà del secolo scorso.
Tutto tale patrimonio relazionale, ancorché non sfruttato sagacemente e utilmente dal nostro Paese, caso unico fra i grandi Paesi europei, va sostenuto e difeso contrapponendosi ai suoi detrattori, sapendo che i fautori e i protagonisti di tale gazzarra sono interessati unicamente a ben altro: a porre rimedio alla loro perdita di credibilità politica e conseguentemente di consenso elettorale. A ricompattare tale consenso fomentando l’emotività anti europeista nei cittadini. Un’emotività favorita anche dagli effetti della crisi finanziaria che si trascina da fine 2007, ben presto trasformatasi in crisi totale, con conseguenze devastanti sul sistema produttivo, sulle politiche del lavoro, sulle famiglie.
Una crisi, sia ribadito quanto già considerato nelle precedenti riflessioni di questa stessa sede, assolutamente non rapportabile all’euro, come può ricavarsi da alcuni indicatori di piana e piena conoscenza, che per il caso Italia si stagliano secondo entità di ben più alta e negativa rilevanza rispetto a quelli degli altri Paesi dell’eurozona: dal 2007 a tutt’oggi il nostro Paese ha registrato un calo di 9 punti di Pil; ha visto flettere la propria produzione industriale del 25%; ha visto ascendere la disoccupazione giovanile al 40%; ha registrato un vero e progressivo crollo dei propri consumi interni.
Alla luce di tutto ciò, bando a quieto vivere e a tolleranza, occorre che ogni cittadino di sani principi e dotato di premura per il bene pubblico, manifesti, motivandola, la sua contrarietà ai tanti mistificatori di professione; ai vagiti anti europeisti. Il non fare ciò, corrisponderebbe ad entrare nella grande confraternita degli ignavi. La più antica delle confraternite. Quella più insidiosa per il divenire dell’uomo e della sua storia. La piattaforma informatica di Fondazione Italia potrà essere di riferimento per l’azione di contrasto di cui testé.

Segue….

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